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Stretta dell’Ue all’export di tecnologie per la cyber-sorveglianza

L’Unione europea è pronta a intervenire per limitare le esportazioni di alcuni prodotti a duplice uso, compresi i sistemi informatici di sorveglianza digitale, nei Paesi che possono utilizzarli per attività repressive

Lo scorso 9 novembre i mediatori del Parlamento europeo e del Consiglio dei ministri dell’Ue hanno trovato un primo accordo sulla revisione delle procedure che regolano l’esportazione dei cosiddetti beni a duplice uso, software e tecnologia – ad esempio, computer ad alte prestazioni, droni e determinati prodotti chimici – con applicazioni civili che potrebbero essere riutilizzati anche in modi che violino i diritti umani. L’attuale aggiornamento, reso necessario dagli sviluppi tecnologici e dai crescenti rischi per la sicurezza, include nuovi criteri per concedere o rifiutare licenze di esportazione per determinati articoli. Il sistema legislativo europeo, infatti, disciplina solo le tecnologie usate in ambito militare ed esclude quei sistemi che possono essere impiegati in contesti civili repressivi. 

I negoziatori del Parlamento, incaricati da una relazione del 2018, sono così riusciti a rafforzare la rilevanza della tutela dei diritti umani tra i nuovi criteri da considerare, al fine di evitare che tecnologie di sorveglianza e intrusione esportate dall’UE contribuiscano alla loro violazione.

Nello specifico è stato ottenuto un accordo per la creazione di un regime di controllo a livello dell’UE sugli elementi di sorveglianza informatica che non sono elencati come prodotti a duplice uso nei regimi internazionali, nell’interesse della protezione dei diritti umani e delle libertà politiche; il rafforzamento degli obblighi di rendicontazione pubblica degli Stati membri sui controlli delle esportazioni, finora frammentari, per rendere in particolare il settore della sorveglianza informatica più trasparente; l’aumento dell’importanza del rispetto dei diritti umani come criterio di autorizzazione; la definizione di meccanismi per la rapida inclusione delle tecnologie emergenti nel regolamento.

Bernd Lange, negoziatore S&D sul controllo dell’esportazione dei beni a doppio uso, ha dichiarato: “La perseveranza e l’assertività del Parlamento contro il blocco di alcuni Stati membri ha dato i suoi frutti: il rispetto dei diritti umani diventerà uno standard di esportazione. Il regolamento rivisto aggiorna i controlli sulle esportazioni europee e si adatta al progresso tecnologico, ai nuovi rischi per la sicurezza e alle informazioni sulle violazioni dei diritti umani. Si tratta di una pietra miliare dell’UE, poiché per la prima volta sono state concordate regole di esportazione per le tecnologie di sorveglianza. Gli interessi economici non devono avere la precedenza sui diritti umani”.

“Questa nuova normativa, oltre a quella sui minerali provenienti da zone di conflitto e una futura legge sulla catena di approvvigionamento, mostra che possiamo plasmare la globalizzazione secondo un chiaro insieme di valori e regole vincolanti per proteggere i diritti umani e del lavoro e l’ambiente. Questo deve essere il modello per la futura politica commerciale basata su regole comuni”, ha affermato il leader della delegazione parlamentare.

Markéta Gregorová, relatrice Greens/EFA dell’accordo, ha dichiarato: “Oggi è una vittoria per i diritti umani globali. Abbiamo dato un importante esempio da seguire alle altre democrazie. Ora avremo trasparenza a livello dell’UE sull’esportazione della sorveglianza informatica e controlleremo l’esportazione della sorveglianza biometrica. I regimi autoritari non potranno più mettere le mani segretamente sulla sorveglianza informatica europea. Non disponiamo ancora di condizioni di parità tra i paesi dell’UE, ma diverse nuove disposizioni consentono controlli autonomi, una migliore applicazione e un maggior coordinamento. Mi aspetto che l’obbligo degli Stati membri di difendere i diritti umani e la propria sicurezza costituisca il fondamento per ulteriori lavori futuri”, ha concluso la relatrice, che guida il gruppo negoziale dal luglio 2020.

L’accordo politico informale dovrà ora essere formalmente approvato dalla Commissione per il Commercio Internazionale e dal Parlamento nel suo insieme, nonché dal Consiglio, prima che possa entrare in vigore.

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